Vangelo e problemi sociali: la proprietà, povertà e ricchezza

Apriamo una serie di articoli dedicati al Vangelo, meditato dal punto di vista sostanziale, con il suo risvolto pratico e concreto, che ci espone su come orientarci per essere in linea con la Legge, attualizzandolo alle condizioni della nostra società odierna, così lontana dai tempi di Cristo.

Il Vangelo così si esprime riguardo la ricchezza e la proprietà:

“Chiunque tra voi non rinuncia a tutto ciò che possiede, non può essere mio discepolo”

“Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo: poi vieni e seguimi”.

“Si, ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei Cieli”

“Non accumulatevi tesori sulla terra, dove la ruggine e il tarlo consumano e i ladri li dissotterrano e li rubano; ma accumulate invece tesori nel cielo…”

Cristo continua confermando: “Beati voi che siete poveri, perché vostro il Regno di Dio, Beati voi che adesso avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che adesso piangete, perché riderete…In quel giorno rallegratevi, trasalite di gioia, perché ecco che una grande ricompensa vi è riservata nel Cielo…”

Ma guai a voi, ricchi, perché avete già avuta la vostra consolazione. Guai a voi che siete saziati, perché avrete fame. Guai a voi che adesso ridete, perché sarete nel dolore e nelle lacrime…”

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La vita ai tempi di Cristo era molto diversa da quella vissuta dalla nostra attuale società. Oggi queste parole sembrano troppo forti ed eccessive, ma ai tempi di Cristo il mondo era diverso e una simile condanna corrispondeva a giustizia. La ricchezza era frutto di rapine e delitti, mentre oggi è anche prodotto di intelligenza e lavoro. Il Vangelo va così saputo intendere e non precisamente alla lettera.

La nostra attuale società è molto più complessa che quella ai tempi di Cristo. Oggi tutto è maggiormente disciplinato da un calcolo più preciso di diritti e doveri, come una società organica deve contemplare.

Ai tempi di Cristo la ricchezza era spesso il risultato di chi con la forza aveva saputo imporsi sul più debole, era spesso conseguenza della violenza, e rappresentava il prodotto della selezione del più forte. La ricchezza era legittimata dalla forza. Così il vinto era colui non possedeva alcun diritto; diritti che spettavano invece al solo vincitore. Tale era la legge economica, ed anche la morale, a quel livello di evoluzione.

Alla luce di questo il Vangelo era e resta giusto nei suoi principi base, ma la forma con cui essi si esprimono muta in base al livello evolutivo raggiunto dall’umanità.

A quei tempi esso era giusto e i metodi drastici erano necessari per compensare una società squilibrata a pro dei soli forti che non lasciava scampo ai deboli. Oggi se preso alla lettera il Vangelo può risultare anacronistico, ecco perché va contestualizzato all’interno delle nuove formazioni organiche dalla nostra società.

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  • La legge del tutto guadagnato

La vita ha al suo interno una serie di leggi, che non sono che aspetti dell’unica grande legge di Dio.

Una di queste leggi, che si chiama la legge del tutto guadagnato, ci dice che esiste una proporzione tra il lavoro e la sua ricompensa, tra fatica e godimento. Più una cosa ci costa fatica e più essa vale, meno ci costa fatica e meno essa vale. Per questa legge è giusto che non possa godere di diritti chi non se lì è meritati e guadagnati.

Questo implicitamente regola anche il valore della ricchezza, la giustifica o la condanna a seconda dei casi.

Cristo non era contro la ricchezza in sé, ma contro la ricchezza parassitaria, contro la ricchezza causata dal furto e alla violenza, contro la ricchezza ereditata senza fatica e goduta oziando, quindi contro il cattivo uso di essa.

La vita infatti vuole e giustifica, approvandola, la ricchezza produttiva sposata al lavoro, come frutto di esso e ammette la ricchezza ereditata, cioè ricevuta gratuitamente, quando essa è fecondata da nuovo lavoro.

Il tipo di ricco a cui Cristo si riferisce è allora quello dei suoi tempi, rapinatore di beni, oppressore di schiavi, ozioso, epulone. 

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La vita, l’etica, come anche il concetto di virtù, oggi non è più basata sulla sola rinuncia, che in sé ha la sola funzione di distruggere ciò che di negativo vi può essere in un determinato modo di vivere, ma è e deve essere soprattutto lavoro, cioè opera costruttiva, produttiva e affermativa, che implica lo sviluppo dell’intelligenza, e l’adempimento del proprio dovere.

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La povertà, quella vera, è degradante e in sé non può essere un valore, se non come eccitatore che spinga l’individuo a migliorarsi per superarla. Anche la povertà oziosa, come la ricchezza oziosa, è male ed è negativa ed anti-vitale. Il povero come il ricco così non fanno parte dei giusti o degli ingiusti a prescindere, solo perché rientrano in una categoria, che all’apparenza, sembra essere assolta o condannata dal Vangelo.

Il povero può essere spesso un ricco mancato, che se posto nella condizione di ricco avrebbe le stesse tendenze all’ozio, all’avidità e all’egoismo. E il ricco può essere un laborioso lavoratore, intelligente e produttivo e non per questo condannabile. Così bisogna distinguere tra ricco e ricco, come tra povero e povero.

Il problema della ricchezza allora non sta nell’onesto lavoro per crearla, ma diventa negativa quando, in ogni caso, la si accumula oltre il necessario; nell’avarizia e nell’egoismo che spesso l’accompagna. Cristo risolve questo problema con un semplice insegnamento: “Quod superest date pauperibus”Il superfluo sia dato ai poveri-.

Il povero dal canto suo, come abbiamo visto, in una società dove tutti devono dare il proprio contributo, non può e non deve vivere della sussistenza elargita in forma di elemosina e beneficienza dal ricco, se non per quella parte che in casi di estrema necessità lo possa aiutare a superare le iniziali difficoltà; il povero, come il ricco, deve adempiere così al dovere di lavorare. Lavoro che gli deve essere garantito dalla società stessa in cui vive, e che non può condannarlo se non gli offre le opportunità per uscire dal proprio disagio. Stiamo così vedendo come diritti e doveri tendono sempre di più a bilanciarsi, e dove il lavoro e il merito sono garanti di giustizia sociale.

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  • La povertà evangelica e il sano uso della ricchezza.

Bisogna ora vedere come il Vangelo possa risolvere il problema della ricchezza all’interno della nostra società.

La morale, condanna l’eccessivo amore del denaro, ma esso ha pure le sue giustificazioni, che risalgono alla storia dell’essere umano e alla sua battaglia per la sopravvivenza. La ricchezza materiale, è vista come una condizione di sicurezza, di protezione e garanzia per la continuazione della propria esistenza sulla terra. La paura di mancare delle fonti primarie di sussistenza, è incisa nel nostro subcosciente, per cui si è formato l’istinto di impossessarsi di tutto ciò che garantisca la nostra sopravvivenza e di accumularlo per far fronte ai periodi di carestia. Questo attaccamento è quindi dato dal nostro istinto di conservazione.

Vi è però un altro aspetto ed è legato al desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita, per renderle più soddisfacenti, comode e piene; questo è legato l’istinto di evoluzione e di crescita.

La vita quindi non può condannare a prescindere la ricchezza, poiché vorrebbe andare contro se stessa, e contro la stessa Legge di Dio che si esprime a quel livello sul piano umano.

Quello che succede allora è che l’evoluzione, con lo sviluppo della nostra intelligenza, cambia il valore della ricchezza in funzione del modo appropriarsene,  di gestirla e di usarla

Così la posizione dell’uomo comune, e la sua giusta posizione morale di fronte alla ricchezza, non può essere la povertà praticata da San Francesco, esempio di perfezione ancora per la media inarrivabile e inconcepibile, ma il retto uso della ricchezza.

Il Vangelo allora quando condanna i ricchi, si riferisce all’abuso della ricchezza e non al suo retto uso.

La Legge infatti non può condannare i giusti mezzi per vivere, poiché essi sono indispensabile all’evoluzione stessa dell’essere umano, e gli appartengono di diritto. Il problema sta dunque altrove, cioè nel cattivo uso che l’uomo fa dei mezzi di cui dispone.

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Così abbiamo una ricchezza lecita, guadagnata, benefica che è a vantaggio di tutta la società, prodotto di lavoro onesto e produttivo. Ricchezza utile e feconda perché utile alla società e alla vita. E al contrario una ricchezza malata, ingiusta, illecita, data dall’estorsione, dal furto, ma anche dall’accumulo oltre il necessario, dall’avarizia e dalla cupidigia.

Il valore della ricchezza in sé è così neutro, ma essa ha segno negativo o positivo, in funzione dell’uomo che la possiede, di come l’ha ottenuta e di come la usa.

Un paese sarà tanto più civile quanto più rispetterà il diritto di proprietà di chi è stato capace di raggiungere il proprio benessere economico, ammettendo anche le differenze economiche, quale frutto di lavoro onesto e capacità diverse, ma al contempo dovrà garantire a tutti il necessario (casa, vestiti, cibo, cure, servizi) seppur dietro il corrispettivo del giusto lavoro, salvo il caso di chi è inabile al lavoro. Inoltre condannerà sempre di più il cattivo uso del denaro, dello spreco, che è perdita collettiva, da colmare con il maggior lavoro di altri, e controllerà sempre di più che il denaro venga speso bene, evitando evasioni, estorsioni e illeciti di ogni tipo.

La tendenza dell’evoluzione è allora quella di perfezionare la proprietà, non di annullarla, portandola verso il benessere ed il progresso di tutti, dove il sacrificio del lavoro individuale è compensato dal benessere collettivo di tutti, che include anche il proprio. L’evoluzione porta sempre ad un miglioramento, ad un utile maggiore e quindi la vita non può che approvare tutto questo.

Ecco perché l’ideologia comunista che esclude la proprietà è fallita e sempre fallirà, perché va contro la vita stessa. Questa ideologia ha avuto il merito di preparare ad una idea di vita collettiva, ma non poteva sussistere là dove non ammetteva la giusta proprietà: allo stesso modo uno sviluppo capitalistico, dove sopravvive solo chi emerge, lasciando indietro tutti gli altri, non può sussistere poiché è mancante del fattore del benessere collettivo. Lo sviluppo di una società collettiva e organica trova la soddisfazione di entrambe le esigenze: il valore individuale e la legge del merito; il benessere collettivo e il diritto al necessario per tutti, dietro il corrispettivo del giusto lavoro.

Non abolizione della proprietà e non illimitata libertà fino all’abuso, ma conservazione e disciplina della proprietà come funzione sociale.

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La legge economica e del benessere nella nostra società moderna non può allora che basarsi che sulla legge del lavoro. Gli estremi applicati in passato, schiavitù con cui i ricchi asservivano i poveri, ed elemosina con cui ci si aggiustava la coscienza, senza cambiare la posizione di nessuno, non risolvono alcun problema. La nuova società ora deve regolamentare al meglio la legge del lavoro, garantendo stabilendo per tutti in modo equo diritti e doveri.

Ognuno nella società ha il dovere di dare il proprio contributo, in base alle proprie capacità. In cambio gli dovranno essere riconosciuti i fondamentali diritti per vivere. Chi ha più mezzi, intesi sia come capacità che come possibilità materiali, ha maggiore responsabilità e doveri di chi meno dispone, ma al contempo avrà una funzione sociale di particolare importanza quale quella di dirigere e far progredire materialmente e spiritualmente tutti gli altri. Non quindi un’organizzazione piramidale della società, dove chi è ai vertici vuole dominare e sfruttare, ma un’organizzazione collettiva, in cui permane comunque un centro direttivo di coordinamento e direzione, ma dove tutti partecipano al bene comune, collaborando e cooperando, in proporzione alle singole capacità.

Da questo sviluppo vediamo allora come il Vangelo tenda a trovare, per approssimazioni successive, la sua realizzazione. La formazione di una società non più formata da individui separati e isolati, ma da individui intercomunicanti, sempre in relazione e in stretta collaborazione.  La giustizia sociale trova il suo primo germe proprio nella legge evangelica, ma ora vista in una chiave più attuale, moderna e inserita nella realtà del nostro momento. 

Realizzare la giustizia sociale, significa realizzare il principio di giustizia della Legge, e rappresenta la riconquista del Sistema, verso cui avanza l’evoluzione.

Bibliografia di riferimento: Cristo e la Sua legge, Evoluzione e Vangelo, Storia di un uomo, La nuova civiltà del III Millennio, Un destino seguendo Cristo (Pietro Ubaldi)

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