L’unità religiosa

Inizio questo articolo ponendomi una domanda: ci potrà mai essere una religione unica sul nostro pianeta?

A questa domanda non mi sono dato una risposta precisa, se non pensando che il vero ed unico processo sostanziale, dovrà essere l’affratellamento di ogni individuo con il proprio simile, di ogni popolo con ogni altro popolo.

Non tanto dunque la fede professata, ma la sostanza contenuta in ogni dottrina e fede. Se analizzassimo i contenuti dei dogmi e dei vari credo, troveremo sempre delle divisioni, dei punti di vista differenti, legati alla forma mentis, all’educazione ricevuta, ai testi di studio a cui gli individui si sono avvicinati: punti che formano un caposaldo della nostra personalità e che cercare di cambiare, ammesso che sia giusto farlo, e non credo a riguardo lo sia, porterebbe ad una indisposizione, ad un irrigidimento e ad un conflitto tra gli individui.

L’affermare infatti la superiorità di una religione o di una filosofia su un’altra, ha sempre il connotato umano di quel principio egoistico e di prevaricazione, insito nell’istinto della lotta umana, che ha trasferito il suo piano da un livello animale, ad un livello concettuale: ha cambiato forma, vestito, ma la sostanza è rimasta la stessa.

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Non è importante dal mio punto di vista, essere cattolico, protestante, buddista, induista, maomettano, spiritista, teosofo, ecc…, se chi professandosi tale, si ferma alla forma della propria fede, ai rituali, ma poi non pratica i principi etici e spirituali, che sono la sostanza del discorso.

Diversamente posso ammirare chi tra loro, di qualsiasi “colore” esso sia, pratichi la sostanza e sentirmi a lui fratello perché nella pratica parliamo la stessa lingua.

Così la vera divisione non è tra gli uomini di ogni religione o dottrina, ma tra uomini onesti e sinceri, e uomini falsi e disonesti.

Qual è il fatto più decisivo per l’edificazione dell’uomo: conoscere i dettagli dogmatici e dottrinali nell’ortodossia della lettera, o aver compreso il semplicissimo principio del bene e del male: principio universale, esistente in tutte le religioni, inscritto nello spirito umano, e soprattutto, vivere questo principio? “ (Pietro Ubaldi, Frammenti di pensiero e di passione”)

L’unico ponte che può di fatto unire gli esseri umani, non è cercare le sottili speculazioni che possono dividerli, né tantomeno voler imporre il proprio punto di vista, peggio che peggio, ma piuttosto insistere sul principio della bontà e dell’evoluzione dell’essere umano.

La strada dell’unificazione non può che passare dal processo di amore ed affratellamento tra gli individui, da cui nascerà un profondo rispetto reciproco, ed anche la tolleranza, intendendo per questa la capacità di vedere i punti comuni, accogliendoli, piuttosto che quelli che allontanano.

L’amore geloso per l’ortodossia, giustificabile in altri tempi, eccitato al punto di preferire la lettera allo spirito, può significare una falsificazione satanica della fede nella psicologia farisaica, una malattia di tutti i tempi e di tutte le religioni. Può succedere allora che si faccia della religione quello che si è sempre fatto dell’amore per la patria, che, pur essendo santo in sé, si trasforma in aggressività e guerra contro gli altri paesi”. (Pietro Ubaldi, Frammenti di pensiero e di passione”)

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Penso che al di là di quello che possiamo comprendere delle verità ultime che compongono una dottrina, sia per noi accessibile, in qualunque momento e luogo, un aspetto della legge di Dio, che è alla nostra portata in modo semplice e immediato. Questa è la legge morale-etica, posta dentro di noi, che pone l’essere umano come fine delle nostre azioni, e dunque il bene comune, in cui il bene del singolo rientra nel bene collettivo.

Di fatto non possiamo dire di amare Dio che non conosciamo, se non amiamo i nostri simili che invece conosciamo.

Diventa dunque un dovere etico il rispetto ed il bene verso ogni essere umano, e aggiungerei anche verso il Creato tutto, quindi verso gli altri, verso sé stessi e verso l’ambiente che ci circonda. Qualsiasi azione sia a danno degli altri, e di me stesso, è da considerarsi sbagliata, ingiusta e quindi nociva.

Un’azione per definirsi morale, e quindi giusta, deve però potersi concretizzare, e non rimanere solo a livello delle intenzioni.

Idea-azione-realizzazione, sono i passaggi necessari perché una scelta possa dirsi etica.

Le azioni poi non andranno giudicate dai risultati immediati, i quali possono essere a volte positivi e a volte no, in quanto vi sono anche circostanze esterne a noi che non possiamo modificare, ma andrebbero giudicate dalle intenzioni, cioè dalle cause da cui prendono le mosse le nostre opere: con il risultato che nessuno può veramente giudicare le azione altrui, proprio perché gli è celato il motivo che le muove.

Ognuno di fatto deve rendere conto solo a sé stesso del proprio operato, di cui è l’unico giudice e responsabile e non prendersi la briga di giudicare ciò che fanno gli altri.

Se altrove ho detto che non tutte le intenzioni si possono concretizzare, perché a volte il determinismo fisico ci impedisce alcune realizzazioni, questo non deve giustificare un inattivismo, un’inerzia ad agire, ponendo innanzi una serie di auto-giustificazioni, come scuse che raccontiamo a noi stessi, per non realizzare la scelta morale.

Dunque ogni essere umano, può in ogni momento e luogo trovare un punto di comune accordo con gli altri, base per realizzare una società etica, giusta e universale fondata sull’amore, il rispetto e la fratellanza.

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Ritengo che vi siamo due vie attraverso cui le nostre scelte etico-spirituale, possano concretizzarsi: una via positiva-maschile, rigorosa, mentale, che è la via del dovere, razionale e oggettiva, occidentale, come era nel pensiero di Kant per esempio, ed una via negativa-femminile, sentimentale, del cuore, soggettiva, che è la via della compassione, orientale, come era per esempio nel pensiero di Schopenhauer. Non vi è contrapposizione tra le due vie, ma complementarietà.

Nel comando spirituale del Vangelo: “ama il prossimo tuo come te stesso”, vi trovo entrambe le vie. La via del comando, poiché tale è nel Vangelo, un comandamento dell’amore, che rispecchia il dovere, “devi perché devi”, devi perché è giusto in sé, a prescindere che ci piaccia o meno, e che è anche un amore-razionale-pratico; e al contempo il sentimento dell’empatia, della compartecipazione, dell’immedesimazione del nostro “io” nell’altro. La mente e il cuore trovano una sintesi nell’anima.

Che cos’è di fatto l’anima se no la struttura psichica in cui hanno sede le nostre emozioni, e sentimenti nonché i nostri pensieri? E a capo dell’anima, lo spirito, la cui voce risuona nella nostra coscienza.

L’unità religiosa partirà a fondarsi dal “conosci te stesso”, come spirito, da cui si manifesterà la legge morale, interiore all’essere umano, come scelta del bene rispetto al male. Parlo qui di legge morale, poiché noi siamo sempre posti di fronte ad una scelta: scegliere se assecondare i nostri impulsi egoistici, la brama e la cupidigia , o scegliere se far prevalere gli impulsi altruistici che comportano anche il sacrificio e la rinuncia a sé stessi a pro degli altri.

Di fatto più ci spiritualizziamo e più ci adeguiamo e ci armonizziamo con la legge di Dio, e più non parleremo di legge morale, poiché il male, e le nostre tendenze egoistiche saranno sempre più riassorbite ed annullate, e in noi si manifesterà di fatto il Pensiero della Legge d’Amore e Giustizia, che è l’unica vera Legge.

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Tornando alla scelta del bene, non dobbiamo cadere inoltre nell’inganno e nel grossolano errore di pensare che se qualcosa è bene per me e solo per me, sia in realtà anche morale ed etico. Di fatto una scelta che sia a solo beneficio del singolo, a suo tornaconto e vantaggio che non sia anche un bene collettivo, non può considerarsi un vero bene, poiché non è un bene universale, della totalità. Perciò dobbiamo dotarci di una vista lungimirante nelle nostre scelte, e non guardare all’immediato ma in prospettiva. Un individuo egoista, infatti che trae dai suoi comportamenti tutto l’utile che ora gli conviene, avrà secondo voi, un vero vantaggio stabile e duraturo, all’interno di una società collettiva? Oppure presto o tardi si troverà isolato dal suo stesso egoismo con cui si è chiuso e con cui ha tradito i fini della vita? Intelligenti pauca, dicevano i latini…

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Diventa dunque doveroso, abbandonare lo spirito separatista, dovuta ad una verità che sulla Terra, non può essere che parziale e incompleta, poiché è una verità che è colta in base alla capacità evolutiva di ogni singolo, e ricercare lo spirito di unione che ha le proprie fondamenta sulla fratellanza sostanziale universale.

In ogni campo, in ogni filosofia, governo, religione, gruppo, in politica, vi sono sempre due tipi umani: i giusti e gli ingiusti, che altrimenti possiamo dire evoluti ed involuti.

Linvoluto è colui che vuole dominare, intransigente, aggressivo, tendente alla monopolizzazione egocentrica, dispotico. Condanna tutti coloro che non la pensano come lui, e si fa rappresentante di Dio per dominare con la sua personalità.

L’evoluto è il contrario: è animato dallo spirito di comprensione fraterna. Tollerante, pronto ad aiutare, parla attraverso il proprio esempio. Non giudica e non condanna. Tende ad annullarsi in Dio e nell’amore del prossimo. Non esige virtù dagli altri, ma incomincia a praticarla lui stesso. Rispetta le coscienze, non impone mai, ma illumina.

Non identifica con il male tutto ciò che è al di fuori del proprio io, del proprio gruppo o della propria gerarchia, né condanna per auto-difesa.

L’unità religiosa, in conclusione sarà quella sostanziale, del bene e dei buoni, che si capiranno perché sono dei giusti e degli onesti. Così la forma, e la falsa credenza, che la salvezza dipenda dall’appartenere ad una professione religiosa o ad una dottrina, sarà superata inevitabilmente dalla sostanza, che può essere dentro a tutte le forme.

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