Evoluzione del dolore -da Buddha a Cristo-

Possiamo a ragione affermare che l’Universo è composto da 3 elementi fondamentali:

  1. la materia e l’energia che costituisce l’Universo fisico con il suo dinamismo meccanico (che può essere datata indicativamente a circa 14 miliardi di anni fa)
  2. la vita, un dinamismo più evoluto: che va dal minerale all’uomo, gli albori dello psichismo (che può essere datata circa 4 miliardi di anni fa)
  3. il pensiero, un dinamismo ancora superiore, rappresentato dalla psiche umana, che si manifesta attraverso il cervello e lo spirito (che può datarsi circa 3 milioni di anni fa, e che vede una vera e propria rivoluzione cognitiva circa 70.000 anni fa con l’emergere del linguaggio)

L’evoluzione, porta con sé da millenni istinti ben consolidati e sperimentati, che hanno permesso alla specie umana di sopravvivere e continuare la propria esistenza: tali istinti sono quello di conservazione individuale e quello della conservazione della specie.

Nel nostro piano biologico, vige la legge della ” lotta per la selezione del più forte”. A livello delle forme inferiori di vita, quale ancora si trova la nostra umanità, la lotta è una necessità inevitabile, che ha come conseguenza altrettanto inevitabile: il dolore.

L’evoluzione, abbiamo tante volte detto, passando dal piano organico al piano spirituale ha come obbiettivo quello dell’estinzione del dolore, attraverso il superamento evolutivo del nostro piano biologico, per sfociare nel più avanzato piano spirituale.

A tale scopo prendiamo come riferimento qui due movimenti spirituali, la dottrina del Buddha, e la dottrina del Cristo, posti nel tempo come due grandi tappe successive per la nostra evoluzione spirituale.

Il Buddismo vede la sua luce 500 anni prima di Cristo, in India. Quindi oltre 2500 anni fa. Segna indubbiamente un fondamentale passo evolutivo nell’umanità e traccia un importantissimo lavoro di introspezione e comprensione.

Il Buddha, osservando la propria vita e quella dei propri simili, comprese quanto essa era impregnata di dolore e cercò la soluzione al problema della sofferenza con tutto sé stesso, cercando un sistema che tagliasse il male alla radice. Dopo diverse esperienze giunse alla conclusione che l’origine della sofferenza, figlio della lotta per la vita, ha la sua prima radice nella brama (desiderio) e nell’avidità.

Il desiderio crea attaccamento e il fissarsi del pensiero su una determinata cosa, sia essa piacevole o spiacevole determina sofferenza. Infatti sia che si voglia prolungare, o accrescere, o che si abbia paura di perdere “l’oggetto” del nostro godimento questo genera dolore. Ma è altresì dolore il desiderare liberarsi da una condizione di sofferenza. Questa è l’incessante insoddisfazione della natura umana, e la costante inquietudine delle nostre esistenze.

Sempre lotta, sempre desiderio, quindi sempre dolore.

Il Buddha ingaggia dunque una severa ricerca per migliorare lo stato di sofferenza dell’umanità e mosso da compassione rivela la sua dottrina al mondo ed indica la Via Mediana.

Egli insegna attraverso pratiche meditative e profonda introspezione ad andare verso la causa della sofferenza per estirparla.

L’insegnamento dell’Illuminato verte così sulla comprensione della natura di tutte le cose, sulla loro impermanenza, sulla loro accettazione, sulla comprensione delle cause che innestano il circolo vizioso dell’attaccamento e della sofferenza che ne consegue. Ci istruisce sul karma e sul ciclo della reincarnazione e la via della liberazione attraverso la rinuncia, per liberare l’essere umano dall’ignoranza, evitando la genesi di nuovo dolore.

L’estinzione del dolore è trovare il Nirvana, Nirvana che etimologicamente significa “Estinzione”.

La dottrina del Buddha verte sulle 4 nobili verità:

  1. La verità sul dolore
  2. La causa del dolore
  3. La cessazione del dolore
  4. La via della cessazione del dolore

La via che porta alla cessazione del dolore corrisponde all’ottuplice sentiero (retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retta sussistenza, retto sforzo, retta presenza mentale, retta comprensione)

Questa via, conduce alla comprensione di quello che nel buddhismo sono due condizioni fondamentali, l’impermanenza di tutte le cose (Aniccā) e l’assenza di un “io”, di un sé indipendente (Anātman),

Il Buddha non prende in considerazione nessuna condizione metafisica, e critica il concetto di “io”, di soggettività, in quanto l'”io”, e la sua permanenza sono condizionati da quelli che vengono chiamati i 5 aggregati:

Rūpa, cioè la forma o corpo , Vedanā, e cioè le sensazioni che riceviamo attraverso i 5 sensi, Saññā, cioè la concettualizzazione ed il giudizio che la mente fa delle percezioni e sensazioni, Saṅkhāra, cioè gli istinti, l’inconscio che deriva dal nostro passato, che è legato al karma, Viññāna, cioè coscienza, mezzo attraverso cui conosco i fenomeni.

Questi 5 aggregati danno a noi la sensazione di avere un'”io” permanente, ma il Buddha ci illumina dicendo che non è così. Quello che però sottointendeva il Buddha, e a cui voleva in realtà condurre era l’annullamento della nostra animalità, e l’illusione creata dalla nostra vita, basata su un modo di pensare erroneo, attraverso la negazione della nostra natura inferiore, con la cessazione del desiderio e dell’attaccamento, e nella pace che si trova in questo annullamento. Ecco che il Buddha si siede placido e tranquillo sotto l’albero di fico, avendo soggiogato la propria animalità, trova la pace e la beatitudine.

Con Cristo il dolore prende tutta un’altra prospettiva. Il dolore non è più un nemico da sconfiggere ma un fratello da abbracciare. Quel dolore che prima era la condanna della nostra evoluzione, diventa con Cristo l’utile strumento per la nostra liberazione e salvezza.

Cristo esemplifica e vive la Passione, la Redenzione e la Resurrezione: ci insegna ad usare il dolore ed amarlo come strumento per evolverci e ricostruirci a livello spirituale. È la Via della Croce.

Ed il dolore diventa il trasformatore, lo strumento di questa espansione, Il dolore ci permette il superamento evolutivo, ecco che dopo la croce vi è la resurrezione.

La trasformazione del dolore da strumento di punizione a mezzo di felicità non è solo un concetto nuovo nella storia del pensiero umano, ma anche una vittoria clamorosa, la più grande rivoluzione morale che sia mai esistita (Frammenti di pensiero e di passione, Pietro Ubaldi)

Buddha dice: la vita è dolore.

Cristo dice: la vita è dolore, ma dopo il dolore vi è la gioia.

Qui affermiamo che il desiderio non si sopprime, ma si evolve, e evolvendosi si supera così il dolore. Il dolore fa l’evoluzione e l’evoluzione elimina il dolore.

Come il Buddha anche noi sosteniamo: il dolore cessa quando hai compreso le cause che lo hanno generato, come il Cristo anche noi sosteniamo: porta la tua croce e fai del tuo dolore lo strumento della tua resurrezione.

“Il dolore è così una dissonanza che nell’armonizzazione viene riassorbita. Cristo è venuto ad insegnarci le vie del superamento del dolore attraverso il dolore e la spiritualizzazione. […] Cristo fa del dolore la via maestra dell’ascensione.  della liberazione, della redenzione.” (Ascesi Mistica, Pietro Ubaldi).

Nella valorizzazione del dolore sta il senso del cristianesimo, che è l’apoteosi del dolore e si basa sulla vita di Cristo.”. E’ l’avvento della Via della Croce, e con essa”l’elevazione ai più alti gradi dei valori umani, di tutto ciò che era di più abominevole -il dolore-.” (Frammenti di Pensiero e di Passione, Pietro Ubaldi).

Si ha così il superamento del dolore attraverso il dolore, che diventa il fattore più attivo dell’evoluzione, un mezzo sempre a disposizione dell’essere umano per trasformarsi ed ascendere.

Così mentre il Buddha distrugge la nostra animalità, negandola, il Cristo costruisce il nostro spirito, affermandolo. Così il fenomeno si completa. Distruzione e costruzione.

Buddha si siede tranquillo nel Nirvana, ma solo Cristo risorge alla Gloria dei Cieli.

Cristo ci armonizza, nell’assorbimento della sofferenza, nella Legge. Ci pone una meta al di là della nostra natura umana che è nella nostra natura super-umana.

Cristo ci prospetta un Regno, che è quello dei Cieli posto al di là di un superamento biologico e psicologico.

Così l’io, oggetto stesso di attaccamento,  anch’esso si evolve e si espande. Non si annulla, ma si dilata. Se è impermanente è perché è in evoluzione. Così l’individualità non si annulla che nelle sue qualità inferiori, mentre risorge sempre di più nelle sue qualità superiori. Nulla si crea, niente si distrugge, ma tutto si trasforma. Così allo stesso tempo che quel che si annullano sono i desideri materiali ed effimeri per trasformarsi in nuovi e più elevati desideri spirituali.

L’“io” dilatandosi, aumenta come il cerchio il proprio raggio, andando a toccare, poi a intersecare, fino ad unirsi con altri cerchi circostanti, cioè tutte le altre individualità del grande organismo collettivo, fino a diventare Uno con il Tutto, ma senza perdere per questo la propria individualità.

E in questa espansione l’io raggiunge la piena fusione e identificazione con il TUTTO. Tanto da poter affermare come la beata Angela da Foligno: “Tu sei io ed io sono tu” o nella tradizione orientale: “Io sono Quello“.

Così niente si distrugge ma tutto si trasforma: desiderio, personalità, dolore. Da dolore-dannazione, diventa dolore-espiazione, fino a diventare dolore-amore-sacrificio, con la trasformazione e sublimazione del nostro io e dei nostri desideri.

Avviene così che se anche il dolore resta come fatto esteriore, la personalità è talmente mutata in un nuovo modo di essere che il dolore non si ripercuote con le stesse reazione del livello umano, in altri termini l’ascesa ha portato lo spirito a tale grado di armonizzazione (amore divino) che non vi è più dissonanza che abbia la forza di penetrarla e alterarla” (Ascesi Mistica, Pietro Ubaldi).

Il dolore diventa atto creativo. In ogni campo, da quello intellettuale a quello artistico, fino al più alto, quello morale-spirituale. Il dolore non è più negazione della vita ma condizione di rinascita ad una vita più alta e intensa. Il dolore che è dato dal frantumarsi del nostro egoismo, in altruismo, non può che portarci alla necessità di lenire l’altrui dolore, in un abbraccio fraterno che tutti comprende.

Tutto questo non significa che vi sia un antagonismo tra buddismo e cristianesimo. Potrà esserci al massimo una contraddizione di forme, esteriore. Semplicemente si tratta di uno sviluppo evolutivo dove ogni movimento ha il suo posto e la sua funzione. Così l’insegnamento del Cristo, nella sua sostanza, è semplicemente più evoluto dell’insegnamento del Buddha; si tratta di un naturale sviluppo, che senza il suo predecessore non sarebbe potuto avvenire, e il cui successore amplia e perfeziona, avendo trovato un terreno umano già in parte dissodato e pronto a ricevere la nuova semente. E’ l’evoluzione dello stesso concetto che raggiunge una maggiore perfezione.

Due concezioni che non sono contrarie l’una all’altra, poiché la maggiore include nel suo seno la minore; due metodi, il secondo più completo del primo: due filosofie progressive che segnano due tappe nel cammino dell’evoluzione spirituale dell’umanità; due gradi nella stessa scala del progresso umano: due rivelazione apparse in diversi momenti storici in cui l’umanità si trovava in diversi gradi di maturità: due ideali di diversa potenzialità che si seguono sullo stesso cammino” (Frammenti di Pensiero e di Passione, Pietro Ubaldi)

Per ulteriori approfondimenti consigliamo la lettura di: https://lanuovaera.blog/2021/05/03/il-dolore-cause-funzione-cessazione/

Un pensiero riguardo “Evoluzione del dolore -da Buddha a Cristo-

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